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   La fine del trattenimento in servizio e il pensionamento forzoso

                      per il personale scolastico

                               di

                                         giuliano coan

Il decreto-legge 24 giugno 2014, n. 90 pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale serie Generale n. 144 del 24.6.2014 mette fine all’istituto del trattenimento in servizio che permetteva ai dipendenti pubblici di rimanere a lavoro per altri due anni anche una volta raggiunti i requisiti per il pensionamento di vecchiaia. Ebbene, questa possibilità è cancellata e i «trattenimenti in servizio in essere alla data di entrata in vigore del presente decreto sono fatti salvi fino al 31 ottobre 2014 o fino alla loro scadenza se prevista in data anteriore».

Un’altra novità, peraltro già operativa, del citato provvedimento riguarda la possibilità della Pubblica amministrazione di risolvere unilateralmente il rapporto di lavoro al raggiungimento alla massima anzianità contributiva del dipendente per la pensione anticipata (41 anni e 6 mesi di contributi per le donne, 42 anni e 6 mesi per gli uomini). La norma non può essere utilizzata nel caso il dipendente abbia meno di 62 anni e, dunque, sia soggetto alla penalizzazione.

Sono stati posti dei limiti invalicabili attraverso anacronistici provvedimenti in nome del “ricambio generazionale”.

In materia previdenziale tante volte la politica economica è stata contraddittoria e paradossale, se non schizofrenica e gli ultimi fatti ne forniscono un’ulteriore prova. Mentre s’innalza decisamente l’età per andare in pensione, si allontanano d’autorità, lavoratori che non sono interessati momentaneamente al pensionamento, che dovrebbero, invero, essere incentivati a rimanere in servizio e premiati, perché oltre a rappresentare indiscutibilmente una ricchezza di esperienza e professionalità, contribuiscono al risparmio effettivo sulla spesa pensionistica.

Invece, si manda a casa coattivamente chi vorrebbe restare e si obbliga – altrettanto coattivamente – a rimanere al lavoro chi vuole andare. Un esempio: chi è nato nel 1952 ed era sul punto di maturare il diritto a pensione è obbligato a restare in servizio altri 5/6 anni per riguadagnare quella possibilità da cui lo separavano solo pochi mesi.

Da una parte, si “utilizza” impropriamente la previdenza per “smagrire” la pubblica Amministrazione paventando un ipotetico ricambio generazionale, ma, così facendo, si fa lievitare la spesa previdenziale. Per rimediare, s’innalza l’età pensionabile di tutti gli altri. La “risoluzione forzosa” poi corrisponde ad un vero e proprio licenziamento che compromette gravemente la libertà di scelta del dipendente .

Si è persa, invece, un’altra occasione per pianificare un sistema flessibile e graduale di uscite su base volontaria.

Poteva rivelarsi un’importante operazione di riduzione della spesa delle pensioni che invece continua inesorabilmente a crescere.

Le risorse così liberate si sarebbero potute dirottare su interventi a favore dell’inserimento lavorativo delle giovani generazioni. Un serpente che si morde la coda. Così facendo i conti pensionistici non torneranno mai, mentre il lavoratore continuerà a pagarne le spese!

Luglio 2014