Get Adobe Flash player

Login

Archivio

Elenco

Elenco Articoli dal più recente

PENSIONI - INDICIZZAZIONE - ARRETRATI (di G. Coan)

PENSIONI -   INDICIZZAZIONE - ARRETRATI                   

Con la circolare 125 del 25 giugno 2015 l’Inps informa che con la mensilità di agosto una parte dei pensionati che hanno subito il blocco dell’indicizzazione delle pensioni, riceverà un ristoro di alcune centinaia di euro, una tantum. Misura che sarà abbinata a un piccolo incremento mensile dell'assegno rispetto agli importi attuali cui farà seguito un nuovo incremento dal 1° gennaio 2016.      

L'indicizzazione è un meccanismo che tutela dall'inflazione il valore degli assegni che altrimenti sarebbero erosi nel tempo nel loro potere d'acquisto. In pratica, l'Istat determina la percentuale d’incremento del livello dei prezzi da un anno all'altro e l'Inps eroga, da quel momento in avanti, la pensione aumentata di quella percentuale.

Ciò nonostante va evidenziato che, con questo meccanismo, le pensioni, dal 1992 a oggi, hanno perso il 50 % del potere d’acquisto rispetto alle retribuzioni. Infatti, erano rivalutate secondo l’inflazione programmata e non secondo quella reale che fino al 2010 era molto alta. In Europa le pensioni sono indicizzate ai prezzi o ai salari. In pratica si è verificata una perdita irrecuperabile e conseguentemente una netta riduzione del potere d’acquisto nel corso degli anni dell’assegno pensionistico.

La riforma Fornero Dl 201/2011 negava la rivalutazione delle pensioni superiori a euro 1443 per gli anni 2012 e 2013.La misura era stata giustificata quale provvedimento di emergenza finanziaria. Dal 1° gennaio 2014 la rivalutazione è stata riattribuita seppur con gradualità in funzione dell’importo senza prevedere alcun recupero per gli anni di blocco. La Corte Costituzionale con sentenza 70/2015 ha cancellato la mancata rivalutazione per il biennio 2012-2013 poiché fa rilevare che il legislatore, tra gli altri aspetti, deve perseguire un progetto di uguaglianza sostanziale in modo da evitare disparità di trattamento verso i pensionati. Il Decreto Legge 65/2015 che deve essere convertito in legge entro il 20 luglio 2015 manifestamente incongruente con la sentenza della Corte, interviene sul comma 25 dell'articolo 24 del Decreto Legge 201/2011 introducendo, retroattivamente, un diverso sistema d’indicizzazione degli assegni superiori a 3 volte il trattamento minimo Inps e sino a 6 volte il minimo. I pensionati potenzialmente interessati sono coloro che avevano un assegno nel 2011, a carico della previdenza obbligatoria, ricompreso tra i 1443 euro e i 2.810 euro lordi mensili al 31 dicembre 2011. Chi ha un trattamento superiore ai 2.810 euro lordi mensili nel 2011 non recupererà neanche un euro degli oltre 6 mila euro lasciati nelle casse dello stato. Ciò ha portato inevitabilmente a una perdita irrecuperabile e quindi a una riduzione del potere di acquisto. Per questo, secondo la Corte, il diritto a una prestazione previdenziale adeguata è irragionevolmente sacrificato essendo intaccati i diritti fondamentali connessi al rapporto previdenziale. La pensione è, infatti, intesa quale retribuzione differita in un quadro di solidarietà. In definitiva la classe media resta quella maggiormente colpita dalla decisione dell'esecutivo. A questo punto la strada del ricorso è l’unica percorribile perché il decreto legge in discussione alla Camera prevede la restituzione una tantum, per il solo 2012/2013, ignorando completamente gli assegni superiori a 2810 euro lordi mensili. Il danno economico dei pensionati coinvolti è, infatti, notevole. Risulta che gli arretrati spettanti ai pensionati arrivano a superare i 5 mila euro e la perdita annuale, a regime, i 2mila euro. Alla luce di quanto rappresentato, si ravvede l’opportunità di inviare all’Inps, a cura del pensionato, una diffida di cui si allega un fac- simile.

  SCARICA ALLEGATO

Luglio 2015

                                                                                           Giuliano Coan Consulente in diritto previdenziale e docente in materia. Autore di studi e pubblicazioni

L'Indicizzazione delle pensioni - la beffa sui rimborsi (di G. Coan)

L’INDICIZZAZIONE DELLE PENSIONI

la beffa sui rimborsi

 di giuliano coan

E' in vigore il Decreto Legge 65/2015 sulle rivalutazioni delle prestazioni previdenziali interessate nella sentenza della Consulta 70/2015 che ha dichiarato illegittimo, per il biennio 2012-2013, il blocco della perequazione sui trattamenti pensionistici d’importo superiore a tre volte il minimo INPS (1.405 euro lordi.)

Va riaffermato che l'indicizzazione, è un meccanismo che tutela dall'inflazione il valore degli assegni che altrimenti sarebbero erosi nel tempo nel loro potere d'acquisto.

In pratica, l'Istat determina la percentuale d’incremento del livello dei prezzi da un anno all'altro e l'Inps eroga, da quel momento in avanti, la pensione aumentata di quella percentuale.

Ciò nonostante va rammentato che, con questo meccanismo, le pensioni dal 1992 a oggi, hanno perso il 50 % del potere d’acquisto rispetto alle retribuzioni.

Infatti, erano rivalutate secondo l’inflazione programmata e non secondo a quella reale che fino al 2010 era altissima. In Europa le pensioni sono indicizzate ai prezzi o ai salari.

Mai come questa volta l’informazione è stata abbondante ed esaustiva sulle decisioni del governo. I giornali vi hanno dedicato titoloni e intere paginate per rendere nota la decisione del Governo e approfittato per fare commenti di ogni genere. Non si è fatto osservare, però da nessuna parte la perdita irrecuperabile e conseguentemente una netta riduzione del potere d’acquisto nel corso degli anni dell’assegno pensionistico

Il provvedimento governativo, manifestamente incongruente con la sentenza della Corte, interviene sul comma 25 dell'articolo 24 del Decreto Legge 201/2011 introducendo, retroattivamente, un diverso sistema d’indicizzazione degli assegni superiori a 3 volte il trattamento minimo Inps e sino a 6 volte il minimo

I pensionati potenzialmente interessati sono chi aveva un assegno nel 2011, a carico della previdenza obbligatoria, ricompreso tra i 1405 euro e i 2.810 euro lordi al 31 dicembre 2011 (con fascia di garanzia sino a 2.886 euro). Questi assegni, infatti, nel biennio 2012-2013 non hanno ottenuto alcuna rivalutazione e si sono trascinati una perdita nel corso degli anni. Con la normativa appena varata sarà sostanzialmente consentito loro di ottenere un trattamento leggermente superiore a quello ora erogato, riceveranno un rimborso, un tantum ad agosto (oscillante tra i 250 e i 750 euro).Rimangono esclusi tuttiquelli che avevano all'epoca un assegno inferiore a 1.405 il cui importo è stato però pienamente rivalutato nel biennio 2012-2013 e dunque non ha subito alcuna riduzione.

I più irritati saranno sicuramente chi avendo un trattamento superiore ai 2.800 euro lordi mensili nel 2011 non recupereranno neanche un euro degli oltre 6mila euro lasciati nelle casse dello stato. E non si tratta certamente di pensioni d'oro conseguite dopo 40- 45 anni di lavoro. Insomma la classe media resta quella maggiormente colpita dalla decisione dell'esecutivo. La strada per costoro è quella di intentare nuovamente ricorso contro la decisione del Governo. Una strada ardua ma che potrebbe essere intrapresa dalle stesse associazioni (Federmanager a Manageritalia) che hanno portato alla recente decisione della Consulta.

 

Pensioni cantiere perennemente aperto (di G. Coan)

PENSIONI

                 CANTIERE PERENNEMENTE APERTO

                                                                                       di  Giuliano Coan

PENSIONI DA RIVALUTARE

Con sentenza 70/2015 la Corte Costituzionale ha dichiarato illegittimo, per il biennio 2012-2013, il blocco della perequazione sui trattamenti pensionistici di importo superiore a tre volte il minimo INPS.

L'indicizzazione, è un meccanismo che tutela dall'inflazione il valore degli assegni che altrimenti sarebbero erosi nel tempo nel loro potere d'acquisto.

In pratica, l'Istat determina la percentuale d’incremento del livello dei prezzi da un anno all'altro e l'Inps eroga, da quel momento in avanti, la pensione aumentata di quella percentuale. Ciò nonostante va ricordato anche che, con questo meccanismo, le pensioni dal 1992 a oggi hanno perso il 50 % del potere d’acquisto rispetto alle retribuzioni.

Dal 1° gennaio 2014, la rivalutazione è stata poi attribuita seppur con gradualità in funzione dell'importo senza prevedere alcun recupero per gli anni di blocco.

Ciò ha portato inevitabilmente a una perdita irrecuperabile e quindi a una riduzione del potere di acquisto. Per questo, il diritto a una prestazione previdenziale adeguata è irragionevolmente sacrificato essendo intaccati i diritti fondamentali connessi al rapporto previdenziale.

La pensione è, infatti, intesa quale retribuzione differita in un quadro di solidarietà.

La Sentenza è destinata a produrre effetto solo sugli assegni di pensionati che avevano nel 2012 un importo superiore a 1.446 euro il mese (lordi) e 1.486 euro nel 2013.

L'effetto sarà duplice: i pensionati vedranno sia crescere l'assegno mensile di alcune decine di euro sia riconosciuto un ristoro oscillante tra i mille e i 2mila euro (lordi), in media, per recuperare quanto indebitamente lasciato sul terreno in questi anni. L'entità del guadagno, in entrambi i casi, dipende dal valore dell'assegno: più è alto il rateo mensile maggiore sarà l'importo che dovrà essere corrisposto al pensionato.

Non ci saranno effetti invece sugli assegni più bassi, poiché questi sono stati già pienamente indicizzati all'inflazione nel biennio incriminato.

Con 50.000 euro di pensione, il rimborso per il 2012 ammonterà invece a circa 1200 euro, cui si aggiungeranno i 1.350 euro concernenti il 2013.

In totale la somma che si potrà recuperare sarà di 2.500 euro lordi. Su questo importo graverà una tassazione Irpef/ add. Reg.e com. del 41% circa pari a 1010 euro.

Si tratta però di calcoli teorici perché le modalità di restituzione non sono ancora state chiarite. L'onere, inoltre, naturalmente non riguarda solo il passato, in altre parole i due anni per i quali l'adeguamento non è stato riconosciuto ma anche quelli successivi, perché le somme allora non riconosciute dovrebbero essere aggiunte alla pensione in via permanente. Gli assegni quindi dovranno aumentare in media di circa un 30-40 euro lordi al mese per recuperare quanto perso nel biennio 2012-2013.

PENSIONI DEL TRIENNIO 2012 – 2014 DA RICALCOLARE

Alla luce della sentenza sulla rivalutazione trarranno beneficio, compensando il recupero delle somme, i pensionati che sono usciti dal mondo del lavoro nel periodo 2012 -2014 e che si vedranno ricalcolare le pensioni dallo 01.01.2015 con i requisiti pre-Fornero di cui alla circ. 74/2015 Inps che ha esplicitato la portata del comma 707 dell’articolo unico della legge di stabilità 2015.

La situazione si fa adesso intricatissima sotto l’aspetto procedurale e gestionale delle relative pratiche. Errori sicuramente accadranno tenuto conto della complessità dei calcoli e della gestione delle pratiche medesime.

Va ricordato che l’Inps per quei lavoratori che al 31.12.1995 avevano almeno 18 anni di contributi ed hanno cessato nel triennio 2012- 2014 con una anzianità contributiva complessiva di oltre 40 anni, procederà con un doppio conteggio: prima determina l'importo del trattamento che dovrebbe essere corrisposto con le regole attuali, retributivo sino al 2011 e contributivo dal 2012; poi verifica l'importo, per così dire "virtuale", dell'assegno che sarebbe stato conseguito applicando interamente il criterio retributivo anche alle quote di anzianità maturate dopo il 2011.

L’Ente Previdenziale, una volta stabilito l’importo spettante, compenserà l’entità del recupero con l’importo in dare relativo alla rivalutazione per il biennio 2012 -2013.

CONCLUSIONI

A seguito degli eventi, per un strano gioco del destino, sarà maggiormente avvantaggiato chi è cessato nel corso dell’anno solare 2012 rispetto al 2013 e 2014.

La sentenza della Corte è indicativa: mette un freno all’aggressione alle pensioni. Ora il legislatore deve attivarsi a cercare altre strade per aggiustare i conti evitando approssimazione e improvvisazione. Di passi falsi, avanti indietro, è purtroppo ricca la storia italiana delle pensioni.

Attenzione però, la lezione è questa: per far cassa bisogna ingegnarsi e trovare soluzioni diverse dal facile taglio delle pensioni.

 

Maggio 2015

Pensionamento coatto dei dipendenti pubblici prima dei 62 anni di età (di G. Coan)

Pensionamento coatto dei dipendenti pubblici prima dei 62 anni di età

La legge 114/2014 prevede la possibilità da parte delle Pubbliche Amministrazioni di licenziare unilateralmente i propri dipendenti al compimento dei requisiti per la pensione anticipata:

Per il 2015         42 anni e 6 mesi gli uomini

                           41 anni e 6 mesi le donne

Dal 2016            42 anni e 10 mesi gli uomini

                          41 anni e 10 mesi le donne.

Tale risoluzione non deve però comportare penalizzazioni pensionistiche.

Quindi non si potevano licenziare quei dipendenti con meno di 62 anni.

Ora lo stop alla penalizzazione contenuto nella legge di stabilità 2015 consentirà all’Amministrazione di mandare a casa facoltativamente il dipendente che raggiunga i requisiti per la pensione anticipata entro il 2017 anche molto prima del compimento dei 62 anni di età.

La legge 190/2014, art. 1 comma 113 ha previsto che per le pensioni anticipate decorrenti dall’1.1.2015 e fino al 31.12.2017, non si applicano le riduzioni per chi ha meno di 62 anni.

Pertanto, le amministrazioni pubbliche possono attivare la risoluzione unilaterale del rapporto di lavoro nei confronti del personale a condizione che abbia acquisito il requisito contributivo per la pensione anticipata e anche con un’età inferiore ai 62 anni.

Lo chiarisce, ma era scontato, il Dipartimento della funzione pubblica, con la nota 16/4/2015 n. 24210, in risposta ad un quesito posto da un Ente locale relativo all'impatto dell'articolo 1, comma 113, della legge 190/2014 sulla normativa che permette alle Amministrazioni pubbliche di risolvere facoltativamente il rapporto di lavoro per esigenze organizzative quando il lavoratore abbia raggiunto un diritto a pensione anticipata purché la risoluzione non comporti alcuna penalizzazione sull'assegno pensionistico.

 

Maggio 2015                                                                           giuliano coan

Penalizzazione e nuovo tetto delle pensioni previste dalla legge di stabilita’ 2015 (di G. Coan)

PENALIZZAZIONE E NUOVO TETTO DELLE PENSIONI PREVISTE DALLA LEGGE DI STABILITA’ 2015

                    L’INPS stabilisce le modalità’ applicative con circ.74/2015 del 10 aprile 2015.

Penalizzazione sulla pensione anticipata

 

L’Inps con circ.74/2015 del 10 aprile, conferma lo stop alla penalizzazione solo sui trattamenti avente decorrenza dal 1° gennaio 2015. Chi matura i requisiti entro il 31.12.2017 potrà accedere alla pensione senza penalità anche dopo alla predetta data e a quest’ultima l’interessato abbia un’età inferiore ai 62 anni.

Non subirà pertanto il taglio dell'1-2%, il trattamento pensionistico di lavoratori che lasciano il servizio con meno di 62 anni, avente decorrenza dal 1° gennaio 2015 e, limitatamente ai soggetti che maturano il previsto requisito di anzianità contributiva per la pensione anticipata entro il 31 dicembre 2017, ancorché la decorrenza della pensione si collochi dopo a tale ultima data.

Per le pensioni liquidate ante 2015 e cioè dallo 01.01.2012 al 31.12.2014, l'Inps precisa, invece, che restano soggette alla penalizzazione a vita.

Ciò crea una forte discriminazione tra gli usciti prima del 2015 e chi esce tra il 2015 e il 2017. Si evidenzia, quindi, una palese disparità di trattamento tra i pensionati. Una saggia interpretazione, poteva essere l’abrogazione della trattenuta anche per loro dall’1/1/2015, senza il rimborso di quanto detratto fino a tale data.

In questa sede non è stata introdotta la retroattività peraltro prevista con la stessa legge per le riliquidazioni delle pensioni dal primo gennaio 2012.

Le penalizzazioni saranno nuovamente applicate, salvo nuovi interventi, dal 2018, nei confronti di chi maturerà i requisiti della pensione anticipata da tale data e andranno in pensione con meno di 62 anni di età. Tornerà il taglio del 2% per ogni anno di anticipo rispetto a 60 anni e dell’1% per ogni anno ulteriore sino all’età di 62 anni.

Il tetto alle pensioni

La legge di stabilità ha previsto, che l'importo "complessivo del trattamento pensionistico liquidato con le regole vigenti dal 1° gennaio 2012 non può eccedere quello che sarebbe stato liquidato con l'applicazione delle regole di calcolo vigenti prima della riforma Fornero computando, ai fini della determinazione della misura del trattamento, l’anzianità contributiva necessaria per il conseguimento del diritto alla prestazione, integrata da quella eventualmente maturata fra la data di conseguimento del diritto e la data di decorrenza del primo periodo utile per la corresponsione della prestazione stessa".

I destinatari sono i lavoratori che hanno almeno 18 anni di contribuzione al 31.12.1995 e che, quindi per effetto della Riforma Fornero, vedono l'assegno determinato con il sistema retributivo sino al 31 dicembre 2011 e contributivo sulle anzianità contributive maturate dal 1° gennaio 2012.

Per quanto riguarda il funzionamento del nuovo meccanismo, l’Inps stabilisce che, per determinare il tetto, bisogna fare un doppio conteggio: prima si deve determinare l'importo del trattamento che dovrebbe essere corrisposto con le regole attuali, retributivo sino al 2011 e contributivo dal 2012; poi bisogna verificare l'importo, per così dire "virtuale", dell'assegno che sarebbe stato conseguito applicando interamente il criterio retributivo anche alle quote di anzianità maturate dopo il 2011.

L'importo minore tra il confronto dei due sistemi sarà quello messo in pagamento. In pratica se il valore dell'assegno determinato con le regole attuali sarà inferiore a quello determinato con le regole retributive, l'assegno non subirà alcuna penalità, in caso contrario dovrà essere messo in pagamento l'importo determinato con il secondo sistema di calcolo.

In pratica questa norma impatterà sui lavoratori con carriere lavorative rilevanti ma anche su quelli che avevano una carriera discreta che restavano in servizio proprio per migliorare l’assegno.

Si tratta soprattutto di magistrati, professori universitari e alte cariche dello stato che lasciano il servizio a 70 anni dopo oltre 40 anni di contributi versati. Nel retributivo, infatti, il coefficiente di rendimento si bloccava in corrispondenza del quarantesimo anno assicurativo e quindi tutto ciò che andava oltre, tranne l'eventuale beneficio di incrementare la pensione per effetto dell'aumento delle retribuzioni medie pensionabili, era ininfluente. Per effetto dell’incentivo introdotto dalla riforma Monti Fornero, che favoriva la permanenza in servizio, perché dall’altra contestualmente procurava anche un risparmio consistente di spesa pensionistica e quindi a fini dell'importo della pensione questi lavoratori hanno potuto valorizzare anche i contributi versati dal 2012 in poi, la cosiddetta quota C.

Il doppio calcolo si applica non solo ai trattamenti pensionistici che hanno decorrenza successiva al 2014, ma anche a quelli già liquidati in precedenza, con effetto dal 2015. I pensionati che sono usciti dal mondo del lavoro nel periodo 01.01.2012 al 31.12.2014 il cui trattamento pensionistico ha visto l'applicazione delle regole della riforma Fornero, dal 1° gennaio 2015 si vedranno ridurre l'importo dell'assegno. Di là degli errori che sicuramente accadranno tenuto conto della complessità dei calcoli e della gestione delle pratiche medesime, tale nuova norma pone problemi d’incostituzionalità perché va a intaccare i c.d. “diritti acquisiti” fino ad ora sempre rispettati nell’ordinamento Italiano. Saranno i giudici a stabilire se questa novella sia da considerare o no Costituzionale.

Aprile 2015

Giuliano Coan                                                                                                             Consulente in diritto previdenziale e docente in materia –Autore di studi e pubblicazioni