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Penalizzazione e nuovo tetto delle pensioni previste dalla legge di stabilita’ 2015 (di G. Coan)

PENALIZZAZIONE E NUOVO TETTO DELLE PENSIONI PREVISTE DALLA LEGGE DI STABILITA’ 2015

                    L’INPS stabilisce le modalità’ applicative con circ.74/2015 del 10 aprile 2015.

Penalizzazione sulla pensione anticipata

 

L’Inps con circ.74/2015 del 10 aprile, conferma lo stop alla penalizzazione solo sui trattamenti avente decorrenza dal 1° gennaio 2015. Chi matura i requisiti entro il 31.12.2017 potrà accedere alla pensione senza penalità anche dopo alla predetta data e a quest’ultima l’interessato abbia un’età inferiore ai 62 anni.

Non subirà pertanto il taglio dell'1-2%, il trattamento pensionistico di lavoratori che lasciano il servizio con meno di 62 anni, avente decorrenza dal 1° gennaio 2015 e, limitatamente ai soggetti che maturano il previsto requisito di anzianità contributiva per la pensione anticipata entro il 31 dicembre 2017, ancorché la decorrenza della pensione si collochi dopo a tale ultima data.

Per le pensioni liquidate ante 2015 e cioè dallo 01.01.2012 al 31.12.2014, l'Inps precisa, invece, che restano soggette alla penalizzazione a vita.

Ciò crea una forte discriminazione tra gli usciti prima del 2015 e chi esce tra il 2015 e il 2017. Si evidenzia, quindi, una palese disparità di trattamento tra i pensionati. Una saggia interpretazione, poteva essere l’abrogazione della trattenuta anche per loro dall’1/1/2015, senza il rimborso di quanto detratto fino a tale data.

In questa sede non è stata introdotta la retroattività peraltro prevista con la stessa legge per le riliquidazioni delle pensioni dal primo gennaio 2012.

Le penalizzazioni saranno nuovamente applicate, salvo nuovi interventi, dal 2018, nei confronti di chi maturerà i requisiti della pensione anticipata da tale data e andranno in pensione con meno di 62 anni di età. Tornerà il taglio del 2% per ogni anno di anticipo rispetto a 60 anni e dell’1% per ogni anno ulteriore sino all’età di 62 anni.

Il tetto alle pensioni

La legge di stabilità ha previsto, che l'importo "complessivo del trattamento pensionistico liquidato con le regole vigenti dal 1° gennaio 2012 non può eccedere quello che sarebbe stato liquidato con l'applicazione delle regole di calcolo vigenti prima della riforma Fornero computando, ai fini della determinazione della misura del trattamento, l’anzianità contributiva necessaria per il conseguimento del diritto alla prestazione, integrata da quella eventualmente maturata fra la data di conseguimento del diritto e la data di decorrenza del primo periodo utile per la corresponsione della prestazione stessa".

I destinatari sono i lavoratori che hanno almeno 18 anni di contribuzione al 31.12.1995 e che, quindi per effetto della Riforma Fornero, vedono l'assegno determinato con il sistema retributivo sino al 31 dicembre 2011 e contributivo sulle anzianità contributive maturate dal 1° gennaio 2012.

Per quanto riguarda il funzionamento del nuovo meccanismo, l’Inps stabilisce che, per determinare il tetto, bisogna fare un doppio conteggio: prima si deve determinare l'importo del trattamento che dovrebbe essere corrisposto con le regole attuali, retributivo sino al 2011 e contributivo dal 2012; poi bisogna verificare l'importo, per così dire "virtuale", dell'assegno che sarebbe stato conseguito applicando interamente il criterio retributivo anche alle quote di anzianità maturate dopo il 2011.

L'importo minore tra il confronto dei due sistemi sarà quello messo in pagamento. In pratica se il valore dell'assegno determinato con le regole attuali sarà inferiore a quello determinato con le regole retributive, l'assegno non subirà alcuna penalità, in caso contrario dovrà essere messo in pagamento l'importo determinato con il secondo sistema di calcolo.

In pratica questa norma impatterà sui lavoratori con carriere lavorative rilevanti ma anche su quelli che avevano una carriera discreta che restavano in servizio proprio per migliorare l’assegno.

Si tratta soprattutto di magistrati, professori universitari e alte cariche dello stato che lasciano il servizio a 70 anni dopo oltre 40 anni di contributi versati. Nel retributivo, infatti, il coefficiente di rendimento si bloccava in corrispondenza del quarantesimo anno assicurativo e quindi tutto ciò che andava oltre, tranne l'eventuale beneficio di incrementare la pensione per effetto dell'aumento delle retribuzioni medie pensionabili, era ininfluente. Per effetto dell’incentivo introdotto dalla riforma Monti Fornero, che favoriva la permanenza in servizio, perché dall’altra contestualmente procurava anche un risparmio consistente di spesa pensionistica e quindi a fini dell'importo della pensione questi lavoratori hanno potuto valorizzare anche i contributi versati dal 2012 in poi, la cosiddetta quota C.

Il doppio calcolo si applica non solo ai trattamenti pensionistici che hanno decorrenza successiva al 2014, ma anche a quelli già liquidati in precedenza, con effetto dal 2015. I pensionati che sono usciti dal mondo del lavoro nel periodo 01.01.2012 al 31.12.2014 il cui trattamento pensionistico ha visto l'applicazione delle regole della riforma Fornero, dal 1° gennaio 2015 si vedranno ridurre l'importo dell'assegno. Di là degli errori che sicuramente accadranno tenuto conto della complessità dei calcoli e della gestione delle pratiche medesime, tale nuova norma pone problemi d’incostituzionalità perché va a intaccare i c.d. “diritti acquisiti” fino ad ora sempre rispettati nell’ordinamento Italiano. Saranno i giudici a stabilire se questa novella sia da considerare o no Costituzionale.

Aprile 2015

Giuliano Coan                                                                                                             Consulente in diritto previdenziale e docente in materia –Autore di studi e pubblicazioni

 

 

Termini di pagamento del Tfs e Tfr per il personale scolastico che lascia il servizio il 31.08.2015 (di G. Coan)

I termini di pagamento del Tfs e Tfr per il personale scolastico che lascia  il  servizio il 31.08.2015

Si sono allungati i termini di pagamento dell'indennità di buonuscita dopo gli interventi legislativi del 2011 e del 2013.

Chi lascia il lavoro nel 2015 dovrà attendere in media 12 mesi e 90 giorni per ottenere la prima rata del TFS, mentre sino al 2011 bastavano 105 giorni.

Chi ha presentato le dimissioni volontarie: l'attesa è triplicata passando da 9 mesi a 27 mesi.

Si riassumono le tre le discipline applicabili a seconda della data di maturazione del diritto a pensione del dipendente che lascia il posto di lavoro.

Diritto a pensione maturato entro il 31.12.2011

Al personale che ha maturato un diritto a pensione entro il 31.12.2011, ai fini della liquidazione dei trattamenti di fine servizio e di fine rapporto, il termine generale è di 105 giorni; solo nel caso di dimissioni volontarie il termine è di 6 mesi + 90 giorni.

Diritto a pensione raggiunto entro il 31.12.2013

Per chi, invece, matura il diritto a pensione a partire dal 01.01.2012 e fino al 31.12.2013, il tempo di attesa previsto per l’erogazione dei trattamenti di fine servizio e di fine rapporto si sono in via generale allungati. Il termine generale viene infatti portato a 6 mesi e 90 giorni e passa a 24 mesi nei casi di dimissioni volontarie dal servizio.

Diritto a pensione maturato dopo il 2013

L'ulteriore stretta si è avuta a partire dal 2014. Tutti i termini di pagamento sono stati, infatti, portati a 12 mesi e 90 giorni; mentre resta a 24 mesi e 90 giorni il pagamento della liquidazione in caso di dimissioni volontarie.

La rateizzazione

Per le liquidazioni dei trattamenti di importo lordo superiori a 90.000 €, inoltre, ai tempi di liquidazione indicati sopra bisogna considerare altri 12 mesi dalla 1/a liquidazione per percepire l’importo compreso tra i 90.000 e i 150.000 euro ed attendere ulteriori 12 mesi per la liquidazione della parte della somma eccedente i 150.000 euro. Per chi perfeziona il diritto a pensione dallo 01.01.2014, i predetti limiti di rateizzazione sono portati da 90.000 a 50.000 e da 150.000 a 100.000

 

Aprile 2015

Giuliano Coan

Consulente in diritto previdenziale e docente in materia. Autore di studi e pubblicazioni

Le modalità applicative del tetto agli assegni introdotto dalla legge di stabilità 2015. (di G. Coan)

A distanza di quasi tre mesi l'Inps non ha ancora fornito le modalità applicative del tetto agli assegni introdotto dalla legge di stabilità 2015.

Resta ancora da definire il limite agli assegni introdotto dalla legge di stabilità 2015 per i lavoratori che sono rimasti al lavoro oltre il raggiungimento della massima anzianità contributiva e che sono cessati sin dal 1°gennaio 2012.

La norma come è noto dispone, che l'importo complessivo del trattamento determinato con le regole attualmente vigenti "non può eccedere quello che sarebbe stato liquidato con l'applicazione delle regole di calcolo vigenti prima dell'entrata in vigore del Dl 201/2011 computando, ai fini della determinazione della misura del trattamento, l'anzianità contributiva necessaria per il conseguimento del diritto alla prestazione, integrata da quella eventualmente maturata fra la data di conseguimento del diritto e la data di decorrenza del primo periodo utile per la corresponsione della prestazione stessa".

In sintesi sono interessati i lavoratori che alla data del 31.12.2011 avevano già maturato il diritto alla pensione e hanno scelto di proseguire l'attività lavorativa oltre i 40 anni di contributi; oppure quei lavoratori che, soggetti alla normativa Fornero, intendono restare sul lavoro oltre i 42-43 anni di contributi.

In attesa di istruzioni dall'Inps è probabile che si dovrà effettuare un raffronto tra il trattamento spettante secondo le regole attuali e quello previgente nel quale si valorizzerà, come detto, anche l'anzianità contributiva eccedente i 40 anni di contributi sino alla prima finestra utile (se è stato raggiunto un diritto a pensione entro il 31.12.2011) oppure sino a 42 anni e 6 mesi (41 anni e 6 mesi le donne) se il lavoratore ha raggiunto un diritto a pensione dopo il 2011.

La finalità del legislatore è quella di limitare la crescita degli assegni di chi era nel sistema retributivo sino al 2011 (cioè che aveva almeno 18 anni di contributi entro il 31 dicembre 1995). Infatti, i contributi accreditati dopo il 2012,finiscono per determinare trattamenti più elevati di quelli che sarebbero stati conseguiti con la vecchia normativa. Era un incentivo introdotto dalla Fornero che favoriva la permanenza in servizio. Se da un lato si otteneva un assegno di pensione maggiorato dall’altro produceva un considerevole ed immediato risparmio di spesa pensionistica. Di questo consistente risparmio nessuno parla : è completamente ignorato.

I maggiori beneficiari del contributivo post 2011 sono quelle categorie di lavoratori che per effetto di limiti ordinamentali elevati (come magistrati, professori universitari) valorizzano gli anni eccedenti .

Il caso classico è il professore universitario o il magistrato con 40 anni di contributi e 65 anni di età raggiunti nel 2011 che resta in servizio per altri 4/ 5 anni.

La novella però va a colpire tutte le pensioni anche le più basse di lavoratori che magari avevano deciso di restare in servizio qualche anno in più proprio per migliorare l’assegno.

 

 

13 marzo 2015                                                                                                    giuliano coan

Il pensionamento obbligatorio e facoltativo del personale scolastico (di G. Coan)

Il pensionamento obbligatorio e facoltativo del personale scolastico

La circolare della Funzione Pubblica 2/2015 del 19.02.2015 che doveva “riordinare” e precisare un’impressionante stratificazione di norme, relative il pensionamento per i dipendenti delle pubbliche amministrazioni, contiene anch’essa qualche ambiguità e contraddizione.

Considerata anche la confusione, alimentata da un linguaggio ossessivamente burocratico e contorto, si sintetizzano i punti fondamentali:

1 – L’ Amministrazione nei casi di maturata pensione anticipata (aa 41+mm 10 donne oppure aa 42+ mm 10 uomini negli anni dal 2016 al 2018) entro il 31 agosto (non il 31 dicembre!); con preavviso di 6 mesi, potrà con decisione motivata, procedere alla risoluzione unilaterale del rapporto di lavoro a condizione che gli interessati non siano soggetti alla penalizzazione.

2 – L’Amministrazione nei casi di requisiti pre-Fornero maturati entro il 31/12/2011; potrà con decisione motivata, procedere alla risoluzione unilaterale del rapporto di lavoro con preavviso di 6 mesi;

3 – L ‘Amministrazione ha l'obbligo di procedere con la cessazione d'ufficio se il dipendente entro il 31 agosto (non il 31 dicembre) compie 65 anni e ha maturato i requisiti pre-Fornero entro il 31/12/2011;

4 –L’Amministrazione ha l'obbligo di procedere con le cessazioni d'ufficio se il dipendente compie entro il 31 agosto (non il 31 dicembre) 66 anni e 7 mesi negli anni dal 2016 al 2018 ed ha maturato l'anzianità minima (20 anni) anche unificando più posizioni previdenziali con la totalizzazione o il cumulo.

5 - Qualora il dipendente non abbia maturato l'anzianità minima prescritta (di norma 20 anni) neppure unificando più posizioni, il rapporto di lavoro deve continuare fino a raggiungere l'anzianità minima, comunque non oltre i 70 anni + i mesi aggiunti per aspettativa di vita (dal 1/1/2016 al 31/12/2018 mesi 7). Tuttavia, laddove la prosecuzione del lavoro non consentirebbe comunque di raggiungere il minimo contributivo "l'amministrazione dovrà risolvere unilateralmente il rapporto di lavoro".

6 - Se il totale dei 20 anni, è raggiunto attraverso la somma di anzianità contributive relative a diverse gestioni previdenziali, il dipendente potrà accedere all'istituto gratuito della totalizzazione, che gli permetterà di conseguire il requisito contributivo minimo. Ai fini del collocamento a riposo attraverso l'istituto della totalizzazione, si deve tener conto del vigente regime delle decorrenze e, pertanto, il rapporto di lavoro dovrà proseguire sino alla maturazione della decorrenza del trattamento pensionistico.(nella scuola l’anno dopo il conseguimento dei requisiti)

7 - Per chi abbia il primo accredito contributivo a decorrere dal 1° gennaio 1996, il collocamento potrà essere disposto solo se l'importo della pensione non sarà inferiore all'importo soglia di 1,5 volte l'assegno sociale annualmente rivalutato.        

Marzo 2015                                                              GiulianoCoan                                                                              Consulente in diritto previdenziale e docente in materia. Autore di studi e pubblicazioni

Il trattamento di fine servizio (TFS) o il TFR e la previdenza complementare nella scuola (Fondo Espero) (di G. Coan)

IL TRATTAMENTO DI FINE SERVIZIO (TFS) O IL TFR E LA PREVIDENZA COMPLEMENTARE NELLA SCUOLA (FONDO ESPERO

di

*Giuliano Coan

Un giudizio di convenienza non può prescindere da alcune considerazioni e attese legate intimamente al soggetto chiamato a scegliere sull’aderire o meno al Fondo Scuola Espero e al suo, per così dire, modus vivendi.

Fino ad ora, il lavoratore collocato in quiescenza, alla cessazione del proprio rapporto di lavoro, ha sempre potuto contare sul gruzzoletto della liquidazione, in pratica su una somma di una certa consistenza, con cui, generalmente, oltre a garantirsi dagli imprevisti della vita futura, ha badato a sistemare alcune situazioni familiari quali ad esempio l’acquisto della casa, l’estinzione di un mutuo, oppure il matrimonio o l’avviamento professionale dei propri figli, nipoti, ecc.

Chiaramente, nella fase transitoria, oltre ai lavoratori rimasti in regime di TFS (buonuscita), anche tutti i lavoratori aderenti al Fondo, con esclusione di quelli considerati di nuova occupazione perché assunti dal 2001, conserveranno il diritto a percepire almeno una parte di questa risorsa economica in contanti.

Nel caso specifico degli optanti, si trattadella prestazione di fine rapporto derivante dalla quota del 4,91% su base retributiva TFR residuale rispetto al 2% destinata al Fondo pensione, cui vanno peraltro aggiunti anche il montante del previgente TFS maturato fino all’opzione e la rivalutazione ai sensi dell’art. 2120 del codice civile. (1,5% in misura fissa + 0,75% dell’inflazione).

Orbene, nell’ottica futura della previdenza complementare, quando, in effetti, l’intero sistema sarà a regime e tutti gli aderenti saranno assoggettati all’integrale destinazione del loro TFR al Fondo pensione, il gruzzoletto al momento di andare in pensione sarà sostituito dalla prestazione dello stesso Fondo.

Alla cessazione, il lavoratore non avrà più la buonuscita o il Tfr ma potrà contare su una rendita vitalizia, complementare alla sua ridotta pensione obbligatoria o se, preferisce avere una parte della sua prestazione sotto forma di capitale fino a un massimo del 50% del montante accumulato, magari per far fronte, anche se in misura contenuta, alle sue esigenze familiari e personali.

 

E’ ora il momento di riflettere sulla misura della prestazione stessa.

In primo luogo, è opportuno ricordare che l’entità della prestazione di previdenza complementare dipenderà dal montante accumulato sul conto individuale dell’aderente.

Il montante dipenderà, a sua volta, non solo dal numero, ma anche dal valore unitario delle quote di patrimonio possedute.

E’ ovvio che una variazione considerevole del valore delle quote dovuta all’effetto degli investimenti finanziari in prossimità della cessazione determinerà in maniera evidente, nel bene o nel male, l’importo delle imminenti prestazioni del Fondo pensione.

Più generalmente, l’entità del montante finale accumulato sul conto individuale dipende, da un insieme di fattori spesso concomitanti, quali tra gli altri:

 

La durata del piano previdenziale

Gli economisti sono dell’avviso che più è lunga la fase d’accumulo dei contributi, maggiore sarà l’effetto capitalizzazione di cui si potrà beneficiare.

Inoltre, a parità di condizioni, nel medio-lungo periodo, i risultati degli investimenti finanziari in titoli azionari hanno superato quelli obbligazionari.

I diversi Fondi negoziali attivati nove /10 anni fa, ad esempio il Fonchim, Cometa, Laborfond, Espero stanno conseguendo mediamente rendimenti che superano la rivalutazione del TFR. Il rendimento medio offerto dai fondi pensione negoziali, nel 2014 si è attestato al 7% aziendali o di categoria. Il Tfr nello stesso periodo ha reso invece l’1%, al netto dell’aliquota dell’ 11%, che dal primo gennaio scorso è passata al 17%. Il tfr si rivaluta con un tasso dell’1,5%, più il 75% dell’inflazione; a causa dell’incremento molto basso nel costo della vita, l’anno scorso la rivalutazione è stata ottenuta solo grazie alla quota fissa, appunto l’1,5% lordo.

 

L’età anagrafica all’adesione

 

Questo fattore è collegato al precedente. I lavoratori più giovani sono quelli che, gioco forza, sono maggiormente interessati alle forme pensionistiche complementari.

La misura delle contribuzioni: quante piu’ risorse affluiscono sul conto individuale, tra contributi del datore di lavoro, del lavoratore, quote di TFR e bonus, tanto maggiore sarà il montante finale.

Il Fondo Espero consente al lavoratore di versare una contribuzione aggiuntiva fino al 2% della retribuzione per gli optanti e fino al 10% per i lavoratori in regime di TFR.

Ciò favorisce la crescita del conto individuale, indirizzando le ulteriori risorse economiche del singolo verso il risparmio previdenziale, peraltro destinatario di benefici fiscali specifici.

 

L’anzianità contributiva al momento dell’adesione

 

Le simulazioni effettuate su diversi piani previdenziali hanno evidenziato che, prescindendo dalle politiche contributive adottate dai singoli Fondi pensione, si registra una consistente differenza tra le prestazioni d’aderenti precoci che per un lungo periodo beneficiano dei citati effetti della capitalizzazione e quanti, invece, aderiscono solo in età contributiva più matura. Il tutto ovviamente secondo le previsioni.

 

La scelta e la data d’adesione ad Espero per gli optanti (dal TFS al TFR)

 

Si devono peraltro valutare opportunamente alcuni importanti fattori prima della scelta, in considerazione del fatto che ogni lavoratore vanta una propria storia lavorativa ai fini del TFS (indennità di buonuscita), il servizio preruolo, il servizio militare, la laurea ecc. ecc.

La scelta a questo punto di aderire va intesa come un vero e proprio investimento diversificato in considerazione dei contributi riconosciuti all’optante ed alla prudente e minima esposizione al rischio del comparto bilanciato del Fondo Espero.

Infatti, le risorse impiegate dall’aderente rispetto alla retribuzione si attestano al 3,00% (2% TFR maturando + 1% quota iscritto) mentre lo Stato contribuisce con un 2,2% (1% quota del datore di lavoro + 1,2% riservato solo agli optanti).

In ultima analisi le predette percentuali applicate ad esempio su una retribuzione annua di 20.000 euro, determinano una somma di 1.040 euro da devolvere al Fondo, di cui solo 540 euro sono a carico del lavoratore mentre la differenza di 460 euro la copre lo Stato.

Indubbiamente si rivela un’operazione vantaggiosa per l’optante ma così non lo è per il dipendente in regime di TFR che aderisce al Fondo. Quest’ultimo non ottiene l’1,2 % e deve versare tutto il TFR maturando (il 6,91%).Come dire beneficio minore e rischio maggiore.

La data d’adesione riveste un’importanza fondamentale, perché rappresenta il riferimento dei dati retributivi e del periodo per determinare il capitale maturato (TFS) che successivamente sarà rivalutato con lo stesso criterio del TFR unitamente al 4,91% del TFR maturando e che sarà corrisposto dall’Inpdap al lavoratore alla cessazione.

E’ questo forse il punto più delicato di tutta la questione perché la normativa del TFS è completamente diversa da quella del TFR, e qui si occulta l’insidia che si riflette in maniera devastante sull’entità del capitale e tutto questo all’insaputa dell’interessato la cui attenzione è fuorviata dal futuro roseo (si fa per dire) della Previdenza Complementare.

 

Una carriera professionale dinamica

 

Quest’aspetto riguarda in particolare i lavoratori in regime di TFS, gli optanti, che, aderendo al Fondo pensione, transitano in regime di TFR.

Nel caso di una carriera che preveda un avanzamento verticale in prossimità del collocamento a riposo (come le recenti promozioni a dirigente), la prestazione in regime di TFS sarà notevolmente più elevata della corrispondente in regime di TFR, anche se abbinata alla prestazione di previdenza complementare. Se questa possibile attesa cova nella mente del dipendente – non faccia nulla – aspetti il passaggio e in seguito si valuterà l’opportunità di aderire alla Previdenza Complementare                                                                

Una carriera dinamica ma fluida nel tempo, con promozioni progressivamente distribuite, come avviene nel caso dei gradoni nella griglia del contratto scuola o alla presenza di un contratto da dirigente, trarrà presumibilmente più profitto in un regime di TFR ove i benefici economici via via conseguiti sono immediatamente capitalizzati.

Sebbene a guidare il giudizio di convenienza all’adesione alla previdenza complementare non esistano in assoluto limiti temporali né caratteristiche specifiche inequivocabilmente validi per la generalità dei lavoratori, sembrerebbero proprio i fattori sopraccitati le linee d’indirizzo da sottoporre ai potenziali aderenti da parte di chi è chiamato ad assisterli nel percorso previdenziale.

Se è fuori di dubbio che il lavoratore in regime di TFR debba attentamente valutare l’opportunità per l’adesione a forme pensionistiche complementari (o ci crede o non ci crede), appare conveniente ma molto più complessa e delicata la scelta degli altri lavoratori, chiamati anche a decidere sul passaggio dal TFS al TFR.
Ragionevolmente, per questi ultimi:

in assenza di sostanziali aspettative negli sviluppi di carriera in costanza di un’anzianità contributiva certificata non particolarmente matura al momento dell’adesione fermo restando l’impossibilità di prevedere l’entità dei rendimenti finanziari realizzabili (se non con margini di grossolana approssimazione, basati ad esempio, sulla storicizzazione degli indici di borsa e sui rendimenti d’analoghi Fondi), il passaggio al TFR e alla previdenza complementare sarà un’operazione vantaggiosa, anche nel caso limite in cui il rendimento del Fondo fosse zero o moderatamente negativo.

A questo punto è sufficiente quindi preferire un comparto bilanciato con profilo di rischio medio basso o una linea obbligazionaria.

A favore sono le allettanti contribuzioni del datore del lavoro e dello Stato, non altrimenti percepibili.

Inoltre, con il contratto del personale del Comparto Scuola per il quadriennio normativo 2006 – 2009 – biennio economico 01/01/2006 – 31/12/2007 prevede che ai fini della indennità di buonuscita sono utili le seguenti voci retributive:

stipendio tabellare nel quale è inglobata l’I.I.S.;

compenso corrisposto per il completamento dell’orario di insegnamento

posizione economica finalizzata alla valorizzazione professionale corrisposta al personale ATA assunto a tempo indeterminato appartenente alle aree A e B (cfr. art. 50 – comma 1 – del contratto).

A decorrere dall’1/1/2006 ai fini del TFR sono utili, oltre alle voci retributive valutabili in buonuscita, anche:

retribuzione professionale docenti (cfr. art. 83, comma 2, del contratto);

compenso individuale accessorio personale ATA da corrispondere con le limitazioni già indicate;misura base della indennità di direzione (cfr art. 56, comma 2, del contratto)

L’adesione è conveniente per tutto il personale della Scuola?

Ovviamente affiorano indecisioni, perplessità e anche diffidenza sulla scelta, alimentati dalla scarsa conoscenza e dall’indisponibilità di informazioni corrette.

Un interrogativo tra i tanti è rappresentato dal personale con una certa anzianità lavorativa, che si trova in regime di buonuscita con un contratto articolato “in gradoni” o da “dirigente” e si chiede se è più favorevole godere alla cessazione del servizio della buonuscita ancorchè modificata oppure aderire al fondo Espero impegnando parte del TFR maturando.

Un fatto è certo: ciascun lavoratore ha una propria posizione professionale e previdenziale ed in questa fase di transizione va attentamente analizzata e valutata per una scelta giusta al momento opportuno. Il passaggio alla previdenza complementare potrà essere conveniente per la serie di vantaggi evidenziati, in particolare per l’ottenimento dei contributi statali, ossia di un margine maggiore di protezione del capitale investito alla presenza d’eventuali fluttuazioni negative dei mercati finanziari e dei non trascurabili benefici fiscali.

Particolare attenzione deve essere riservata al personale supplente forse il più interessato alla vicenda.

La problematica è molto delicata, come si è visto per la complessità della materia e i suoi indubbi riflessieconomici individuali.

E’ necessaria quindi, un’analisi personalizzata con il supporto di un esperto, indipendente e disinteressato rispetto a pressioni o indicazioni generiche o di parte.

 

gennaio 2015

*Consulente in diritto       previdenziale e docente in materia. Autore di studi e pubblicazioni